Finora non si è parlato che di trasformare il mondo. Si tratta ora di vedere
Una critica dell’economia narrativa
Perché i segni della parola e della scrittura sono, come tutti gli altri
(Ben lungi dall’essere l’irreale)
Come le trasformazioni di questo parlare cambiano il mondo.
La stoffa con il grano
«segni di valore» prodotti o scambiati.
La parola è materiale
Il senso comune
quanto il ferro.
Sono disposti come un reale.
(Come se si potesse scegliere)
Alcuni «ripetitori» dell’ideologia si incaricano poi
L’enunciato totalitario
della ripetizione rituale a cui il discorso comune si è da lungo tempo abituato.
O come contribuiscono a cambiarlo
Ha lo stesso grado di materialità dello scambio del carbone e dell’acciaio.
(Ma ci sono anche altre cause)
Nel processo complessivo di produzione e di scambio.
E a cui si adatta con estrema facilità.
Dall’incubo della storia:
Il campo dei frammenti di racconto
E li disarticola, riarticolandoli su un altro livello.
La produzione di questo sintagma
(L’economia della finzione)
Inaugura un processo di circolazione
è che laddove l’atto di narrare non «ordina» di fare, fa già.
Sequenze narrative in spostamento le une in rapporto alle altre
(Produce un effetto di narrazione)
e costituenti dei contesti o dei «fuori-testo», le une per le altre.
Il processo di accettabilità
La lotta
Attraverso una critica della funzione narrativa
Si scopre
della funzione del racconto
Di classe:
interamente tramata nei e coi linguaggi.
Non c’è storia senza i suoi effetti di racconto
***
Vladimiro Tamerlano
Da:
Jean Pierre Faye, Critica e economia del linguaggio, Cappelli, Bologna, 1979 [1973]





